Il 7 marzo 1806, un quotidiano di Boston informava i suoi lettori che il brigantino Favorite, partito dal porto cittadino, era appena approdato sull’isola di Martinica dopo un viaggio di venti giorni. La notizia non avrebbe avuto nulla di particolare se non fosse che la nave trasportava 130 tonnellate di ghiaccio in un’epoca in cui non esistevano frigoriferi e congelatori.

Ad aver organizzato la spedizione era stato Frederic Tudor, un accigliato imprenditore del Massachusetts che aveva fondato la sua prima azienda all’età di tredici anni. Un uomo determinato, dalle grandi disponibilità finanziarie ma con scarso senso dell’umorismo. Così, quando un amico gli suggerì, per scherzo, di commerciare ghiaccio coi tropici lui prese la cosa sul serio. La sera stessa scrisse a margine del suo libro mastro (pare fosse per lui anche una sorta di diario): “Chi si arrende al primo insuccesso, non è e non sarà mai un eroe”.

Frederic Tudor – Foto: Wikipedia

Da commercio locale a impresa multinazionale

L’uso e la conservazione del ghiaccio e della neve erano attività conosciute fin da tempi antichissimi. Stanze sotterranee per lo stoccaggio del ghiaccio esistevano in Cina già nel 1100 a.C. Gli antichi Greci refrigeravano vino e bevande nei mesi più caldi e l’acqua nei frigidari delle terme romane veniva raffreddata utilizzando neve appositamente conservata. Nell’impero ottomano si vendeva ghiaccio per le strade e alcuni viaggiatori europei del XVI secolo raccontano che in Persia si faceva largo uso di ghiaccio. Ma nessuno prima di Tudor aveva pensato di farne un commercio internazionale.

Non si trattava più di trasportare modeste quantità di ghiaccio a dorso di mulo o su carri, approfittando del freddo invernale, e di conservarle in buche scavate nel terreno (imprese già di per sé difficilissime). Bisognava organizzare spedizioni via mare, raggiungere paesi tropicali, accordarsi coi governi locali su gabelle e tributi, ottenere permessi per costruire punti di stoccaggio nei luoghi di destinazione (Tudor le chiamava Ice Houses). Sopratutto, era necessario trovare clienti.

Freddo, troppo freddo, quasi mortale

Nonostante le bevande refrigerate fossero così popolari, sul loro consumo c’era ogni sorta di pregiudizio. Già nel V secolo a.C. il medico greco Ippocrate si chiedeva: “Perché mai qualcuno dovrebbe bere dell’acqua ghiacciata durante l’estate?”. La differenza di temperatura tra il corpo e l’acqua avrebbe potuto produrre numerosi effetti negativi. C’era anche chi era convinto (dimenticando probabilmente quell’atto fisiologico conosciuto come minzione) che aggiungere ghiaccio all’acqua fosse dannoso perché si apportavano più liquidi di quanti ne occorressero all’organismo. Tra i malanni che i medici attribuivano al consumo di bevande refrigerate c’erano paralisi, attacchi di cuore, apoplessia e convulsioni. Per Tudor, invece, bisognava indurre la gente a credere che alcune bevande non andassero più bevute fredde o a temperatura ambiente. Il ghiaccio doveva diventare una necessità.

Una faccenda scivolosa

Il problema principale di quel primo viaggio verso Martinica, però, non fu la mancanza di consumatori. Arrivato a destinazione, oltre l’80% del ghiaccio caricato a Boston si era ormai sciolto. Tudor registrò una perdita di 4500$ (oltre 100.000$ di oggi) ma non si scoraggiò e trascorse mesi a sperimentare nuovi metodi per conservare il ghiaccio durante il viaggio. Provò a utilizzare la paglia (come facevano gli antichi romani), ad avvolgere i blocchi con coperte di lana, e a sommergerli in chicchi di riso. Infine, stabilì che il ghiaccio andava caricato sotto la linea di navigazione, in modo che rimanesse nella zona più fresca della nave, e che fosse imballato con segatura di legno. L’anno successivo spedì un nuovo carico di ghiaccio a Cuba e stavolta ne arrivò a destinazione il 50%. Le perdite economiche erano ancora troppo elevate, ma Tudor vide in questo ulteriore fallimento un modo per migliorare le spedizioni future. In pochi anni, “Il Re Del Ghiaccio” (così ormai lo definivano i giornali) riuscì ad avviare un proficuo commercio con diverse aree del Sud America, il Madagascar e l’India. Il primo gelato mai mangiato a Calcutta era prodotto con ghiaccio proveniente dal Massachusetts. A causa del clima caldo, in questi paesi il ghiaccio era considerato un bene di lusso e veniva venduto a caro prezzo, il che copriva le perdite, ormai conteggiate come “rischio calcolato”.

Raccolta del ghiaccio – Foto: Picryl

Walden, ovvero vita nei boschi

Per riuscire a far fronte a una richiesta sempre maggiore, Tudor inventò anche nuovi metodi di estrazione del ghiaccio e perfezionò gli strumenti impiegati nella lavorazione. Tuttavia il metodo di produzione rimaneva lo stesso di duemila anni prima. Le lastre venivano ricavate tagliando la superficie dai laghi che gelavano durante l’inverno, di cui il New England era ricco. Era un’attività molto animata, come si accorse lo scrittore e poeta americano Henry David Thoreau. Mentre viveva nel suo capanno sulle rive del Walden Pond, una mattina fu svegliato da un via vai di uomini “con molti vagoni carichi di attrezzi agricoli dall’aspetto sgraziato, slitte, aratri, carriole, coltelli, vanghe, seghe, rastrelli”. Dopo essersi rifugiato nei boschi per sottrarsi al trambusto delle città soffocate dall’industrializzazione, Thoreau si trovava di fronte a un nuovo genere d’industria.

Così puro, così trasparente

Il successo di Tudor aprì la strada a diversi concorrenti, tra questi la Wenham Lake Ice Company. Se l’imprenditore di Boston era riuscito ad accaparrarsi accordi monopolistici con numerosi paesi tropicali, il ghiaccio del Wenham Lake era famoso soprattutto in Gran Bretagna. Ogni mattina, decine di curiosi si radunavano davanti alla filiale che la società americana aveva aperto al numero 125 della Strand per ammirare l’enorme blocco di ghiaccio esposto in vetrina. Nessuno ne aveva mai visto uno così grande, almeno non nel centro di Londra Si diceva fosse talmente trasparente che, guardandoci attraverso, si sarebbe potuto leggere tranquillamente un giornale sistemato dietro la lastra. Pare che ciò fosse dovuto alle acque particolarmente pure del lago Wenham. Ma il vero successo della Wenham Lake Ice Company era dovuto al fatto che la società riforniva la famiglia reale britannica. Di conseguenza, il loro ghiaccio era popolare nei locali di lusso londinesi e alle feste dei nobili che volevano sbalordire gli ospiti offrendo loro bevande refrigerate come faceva la Regina Vittoria. In seguito, per massimizzare i guadagni, la compagnia iniziò a vendere il ghiaccio estratto dal lago Oppegård, in Norvegia, col marchio Wenham Lake, e pare che nessuno notò mai la differenza.

Raccolta del ghiaccio – Foto: Ballou Pictorial Newspaper (pubblico dominio)

La catena del freddo

Fin dal principio della sua avventura commerciale, Tudor aveva sperato d’incrementare i profitti rendendo il ghiaccio un prodotto di largo consumo. Tuttavia, i costi di estrazione, trasporto e stoccaggio rimasero sempre troppo alti. Per ammortizzare le spese, insieme al ghiaccio Tudor trasportava altri beni come inchiostro, tabacco, vestiti ma anche mele, salmone e aragoste. Prodotti deperibili, prima consumati soltanto sul luogo di produzione, iniziavano a essere disponibili internazionalmente proprio grazie alla refrigerazione.

Nel 1856, il ghiaccio del Massachusetts conobbe la sua annata migliore. Ne furono esportati in tutto il mondo oltre 146.000 tonnellate. Ma già a partire dagli anni ’60 dell’ottocento, l’attività economica inventata da Tudor, subì un forte declino. Nel 1876 il brigantino Le frigorifique trasportò per la prima volta un carico di carne dall’Argentina alla Francia. Era ormai l’epoca della refrigerazione artificiale.


Per approfondire:

  • Philip Chadwick Foster Smith. «Crystal Blocks of Yankee Coldness», 1894.
  • Linda H. Kistler, Clairmont P. Carter, e Brackston Hinchey. «Planning and Control in the 19th Century Ice Trade». The Accounting Historians Journal 11, n. 1 (1984): 19–30.
  • Jonathan Rees. Refrigeration Nation: A History of Ice, Appliances, and Enterprise in America. Studies in Industry and Society. Baltimore: The Johns Hopkins University Press, 2013.

Foto di copertina: Flickr (creative commons)

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