Il colpevole è sempre il ma… iale

P. Mathews- Trial of Bill Burns – public domain

Nell’autunno del 1456, nel villaggio francese di Savigny, una scrofa e sei maialini attaccarono e uccisero un bambino di cinque anni. In un’epoca diversa, gli animali sarebbero stati giustiziati sul posto, ma nella Francia del XV secolo ebbero la possibilità di essere sottoposti a processo. E no, non si trattò di una farsa inscenata per la Festa dei Folli o una rappresentazione carnevalesca, bensì di un procedimento giudiziario vero e proprio, con giudici, testimoni e avvocati pronti a difendere i loro clienti con argomentazioni motivate e complesse. Fatto ancora più sorprendente, non era nemmeno un caso isolato.

Processi agli animali

Forse oggi la cosa ci fa un po’ sorridere, ma nel Medioevo i processi agli animali erano piuttosto comuni e si svolgevano con le stesse modalità previste per gli esseri umani. I colpevoli venivano incarcerati in attesa di comparire davanti al tribunale e avevano diritto a un avvocato, pagato dalla comunità. Spesso condividevano addirittura le celle con gli esseri umani. In una quietanza di pagamento datata 13 luglio 1403, si legge che il guardiano delle prigioni di Pont-de-l’Arche ricevette del denaro dal magistrato della contea per acquistare del cibo destinato ai detenuti, tra cui un maiale incriminato di infanticidio. Un caso analogo si verificò nel 1427, quando una scrofa e sei porcelli, ritenuti responsabili di un delitto, furono consegnati a una nobildonna di Savigny perché li confinasse per quattordici giorni in un’area della sua tenuta, in assenza di un altro luogo adatto alla detenzione preventiva.

Ma perché processare gli animali? Non si poteva giustiziarli e basta? Ovviamente, i processi non escludevano casi di punizione diretta, come l’uccisione immediata di un cane che aveva aggredito il padrone. Tuttavia, portare gli animali davanti a un giudice aveva una funzione ben precisa. Secondo i teologi dell’epoca, il mondo naturale era organizzato in base un ordine gerarchico che vedeva Dio al vertice e l’uomo al di sopra delle altre creature viventi. C’era una distinzione, però, tra universo selvatico e società organizzata. Gli animali selvatici erano considerati soggetti soltanto alle leggi divine, mentre gli animali domestici, appartenenti alla sfera umana, erano soggetti alle leggi umane, compreso il diritto a un equo processo. Processare gli animali aveva quindi lo scopo di mantenere o ripristinare l’ordine universale, riflettendo la visione dell’uomo sovrano della Terra, creato a immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia, il principio secondo cui era necessario ripristinare un “equilibrio cosmico” non era presente soltanto nella teologia cristiana, e anche gli oggetti inanimati potevano essere sottoposti a processo. Uno degli esempi più noti di questa pratica risale all’antica Grecia.

Processo a un maiale a Levigny da “Chambers Book of Days” – public domain

Processi agli oggetti inanimati e deodands

Teogene di Taso era un pugile leggendario. Rimasto imbattuto per 22 anni di seguito e con oltre 1200 vittorie all’attivo, era considerato tra gli uomini più forti dell’antichità, secondo soltanto a Eracle. Alcuni lo ritenevano addirittura un semidio e nel suo paese natale era stata eretta una statua in suo onore a cui tutti portavano offerte votive. Tutti tranne uno. Lo storico Pausania racconta che uno degli avversari del pugile, per vendicarsi delle numerose sconfitte subite, si recava ogni notte davanti alla scultura e la frustava, finché un giorno questa gli cadde addosso uccidendolo. I figli dell’uomo intentarono una causa contro il monumento e il consiglio cittadino condannò la statua ad essere gettata in mare.

Non conosciamo il numero esatto di casi simili nella storia, ma sappiamo che più di mille anni dopo, tale pratica era ancora in uso.

Il 22 luglio 1267, una lavandaia inglese tentò di prendere dell’acqua bollente da una vasca quando vi cadde dentro. Un uomo, sopraggiunto sul posto, le venne in soccorso ma per la donna non c’era più nulla da fare e morì per le ustioni. La tinozza colpevole fu sequestrata dalle autorità cittadine e divenne di proprietà pubblica.

L’abitudine di attribuire colpevolezza agli oggetti è sopravvissuta nell’ordinamento giudiziario inglese fino al 1846, quando fu abolita dal parlamento. La pratica era conosciuta come deodand, dal latino deo dandum (essere donato a Dio), perché i beni accusati di aver cagionato la morte di qualcuno venivano confiscati e spesso donati a un ente benefici di carattere religioso. Tuttavia, condannare un oggetto raramente aveva implicazioni complesse, a differenza di quanto accadeva coi processi agli animali.

Esecuzione di un maiale – public domain

Dei delitti e delle pene

Nel 1379, sempre in Francia, il figlio di un porcaro fu aggredito da alcuni maiali appartenenti a una mandria comunale (stando a queste cronache pare proprio che i maiali francesi fossero particolarmente aggressivi). Attratta dalla confusione, sopraggiunse sul luogo un’altra mandria, “grugnendo rumorosamente”. Nonostante i tentativi del porcaro e di un pastore di fermare gli animali, il bambino fu dilaniato. Durante il processo, l’accusa constatò che, era vero, non tutti gli animali si erano resi partecipi della violenza, ma la seconda mandria, col suo grugnire rumorosamente, sembrava voler incitare gli aggressori. Inoltre, i maiali non coinvolti direttamente avevano assistito passivamente alle atrocità dei compagni, senza aver fatto nulla per impedirle. Il giudice era propenso a dichiarare colpevoli entrambe le mandrie, ma la morte di così tanti maiali sarebbe stata una perdita enorme per il villaggio. Oltre al dano economico, sarebbe stato vietato anche il consumare la loro carne, secondo quanto prescriveva la Bibbia.

Quando un bue cozza con le corna contro un uomo o una donna e ne segue la morte, il bue sarà lapidato e non se ne mangerà la carne. Però il proprietario del bue è innocente. (Esodo XXI, 28)

I cittadini sottoposero il caso a un noto giurista e ottennero il passaggio del processo a un nuovo giudice, il quale condannò soltanto i maiali che avevano partecipato direttamente al fatto.

Le dispute generate dalle cause contro gli animali erano sempre molto accese. Philippe de Beaumanoir, uno dei più grandi giuristi medievali francesi, considerava tali processi una perdita di tempo. Altri sostenevano che la responsabilità andava ricercata esclusivamente negli esseri umani. Molti degli attacchi mortali compiuti da animali domestici erano nei confronti di neonati o infanti lasciati senza custodia. Tuttavia, la colpa veniva quasi sempre data ai maiali, agli asini, ai cavalli, ai cani. Anche nei casi in cui si individuava una corresponsabilità dei padroni, incuranti delle proprie bestie, o dei genitori che non erano in grado di badare ai propri figli, questi se la cavavano con una ammenda o un breve periodo di prigione.

Un altro aspetto del dibattito riguardava la sfera teologica. Portare un animale in tribunale significava riconoscerne la capacità di compiere azioni deliberate e consapevoli. Ciò metteva in discussione il principio stesso della creazione e della superiorità dell’uomo, considerato l’unico essere dotato di intelligenza e coscienza morale.

Questo pericolo era ancora più evidente se si considera che, come osserva lo storico James E. McWilliams, gli animali contribuivano al benessere della famiglia in molti modi e gli uomini trascorrevano la maggior parte del giorno ad occuparsene, trattandoli più come esseri senzienti che come semplici oggetti. Sebbene il rapporto fosse utilitaristico, era differente dal modo in cui lo concepiamo oggi. Non a caso, i processi agli animali continuarono per tutta l’epoca moderna. Soltanto nel XVIII secolo cominciarono ad essere considerati una superstizione o il residuo di una cultura antiquata destinata a scomparire, con alcune eccezioni.

Nel 1713, un monastero francescano in Brasile fu invaso dalle termiti. Gli insetti divorarono il cibo dei frati, distrussero i mobili, e rosicarono il legno delle travi fino a mettere a repentaglio la solidità di alcune stanze. Di fronte a questa situazione, i religiosi si rivolsero al tribunale ecclesiastico. Il legale delle termiti sostenne che, in quanto creature di Dio, anch’esse avevano diritto alla sussistenza. Il giudice accolse l’obiezione e consigliò ai frati di trovare un compromesso: fornire agli insetti un ambiente appropriato e alimenti a sufficienza, in modo che non avessero più bisogno di attaccare i beni del monastero per sfamarsi.

Ancora, nel 1750, si verificò un caso in cui un uomo e un asino furono processati insieme per “presunta bestialità”. I due erano stati accusati di aver avuto rapporti sessuali tra loro. Fu uno dei pochi procedimenti in cui la condanna colpì soltanto il proprietario, mentre l’animale fu scagionato. Durante il dibattimento, emerse che, nella sua vita, l’asino si era sempre dimostrato creatura onesta e lavoratrice e non avrebbe mai potuto acconsentire ad un atto di quel genere. Aveva, dunque, subito una violenza.

immagine: public domain

Animali o “persone”?

I processi agli animali scomparvero completamente nel XIX secolo. In passato maiali, asini e cavalli popolavano le strade cittadine e condividevano coi proprietari addirittura le case. Con l’industrializzazione e l’avvento degli allevamenti intensivi, gli animali divennero semplici oggetti. Se prima il maiale era considerato una risorsa preziosa, nei manuali agricoli di fine ottocento veniva definito “la miglior macchina della fattoria”.

Oggi gli animali domestici sono considerati una proprietà, ma molti ritengono questo status giuridico inappropriato per degli esseri viventi che, in alcuni casi, possiedono caratteristiche cognitive eccezionalmente sviluppate. Alcuni attivisti propongono di conferire agli animali da compagnia lo status di “soggetti di diritto”, ovvero che siano considerati come “persone”. Da un punto di vista legale, però, se una “persona” commette un reato, può essere processata. Si dovrebbe quindi considerare l’istituzione di uno status giuridico nuovo, concepito specificamente per gli animali, al fine di evitare questo paradosso. Il dibattito resta aperto.


Per approfondire:

  • Anna Pervukhin. «Deodands: A Study in the Creation of Common Law Rules». The American Journal of Legal History 47, fasc. 3 (1 luglio 2005).
  • Berman, Paul Schiff. «Rats, Pigs, and Statues on Trial: The Creation of Cultural Narratives in the Prosecution of Animals and Inanimate Objects». SSRN Scholarly Paper. Rochester, NY, 1994.
  • Eric Grundhauser. «Our Strange History of Accusing Inanimate Objects of Murder». Atlas Obscura.
  • Giulia Rainis. «“Proceder comme justice et raison le desiroit et requiroit”. I processi contro gli animali nella Francia del Tardo Medioevo: il caso del maiale tra XIVe XVI secolo.»
  • James McWilliams. «Beastly Justice». Slate, 21 febbraio 2013.
  • Jen Girgen. «The historical and contemporary prosecution and punishment of animals» 9 (s.d.).
  • John Kuroski. «Back In The Middle Ages, Naughty Animals Were Given Lawyers To Defend Them In Court». All That’s Interesting.
  • Katie Sykes. «Human Drama, Animal Trials: What the Medieval Animal Trials Can Teach Us About Justice for Animals». SSRN Scholarly Paper. Rochester, NY, 18 agosto 2011.
  • Raphael Sealey. «Trial of animals and inanimate objects for homicide». The Classical Quarterly 56, fasc. 2 (dicembre 2006).