«Io sono Hop Frog e questa è la mia ultima buffonata!». Sono le parole di vendetta pronunciate dal protagonista dell’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, uno dei più raccapriccianti dell’autore. Ricordo ancora il sottile brivido che mi percorse la schiena quando lo lessi per la prima volta.

La storia racconta di un giullare storpio, strappato alla sua terra e inviato in dono a un sovrano insieme alla sua compagna nana, Trippetta. In occasione di un ballo di corte, Hop Frog invita il re e i suoi sette ministri a travestirsi da orangutàn, per fare uno scherzo agli ospiti e spaventarli. Il buffone convince gli otto aristocratici a farsi legare con una catena per rendere ancora più credibile la sceneggiata che, infatti, sortisce l’effetto previsto. Gli invitati sono terrorizzati, pensando di essere di fronte a dei veri animali. Quando tutti capiscono che si tratta soltanto di una beffa, però, iniziano a divertirsi. È in quel momento che Hop Frog usa le catene per attaccare gli otto nobili al grande lampadario al centro della sala. Poi li solleva in alto e dà loro fuoco, facendoli morire carbonizzati, mentre gli occhi del giullare brillano di follia e sul suo volto compare un ghigno sadico.

Sebbene arricchito dalla fantasia di Poe, l’episodio è ispirato a una vicenda realmente accaduta, conosciuta come il Ballo degli Ardenti, che coinvolse il re di Francia Carlo VI di Valois, detto il Folle.

Alla morte di Carlo V divenne re il figlio dodicenne, al quale furono affiancati gli zii come reggenti finché il giovane non avesse raggiunto la maggiore età. Dopo aver assunto il pieno controllo della monarchia, il ventenne Carlo VI si dimostrò un governante più abile dei suoi parenti. Ridusse alcune imposte e riuscì ad ottenere un periodo di tregua con l’Inghilterra, contro la quale era in corso la Guerra dei cent’anni. Tuttavia, soltanto pochi anni dopo, il comportamento del sovrano cambiò radicalmente. Carlo si convinse che il mancato omicidio di un suo stretto consigliere fosse in realtà un attentato nei suoi confronti. Come risposta, pianificò una rappresaglia contro la Bretagna, all’epoca appartenente al re d’Inghilterra. Certo, era una reazione forse eccessiva, ma Carlo era pur sempre il re e tutti ritennero che avesse le sue buone ragioni. Invece era soltanto il primo segno della sua follia.

La vera natura del comportamento di Carlo divenne chiara in un caldo giorno di metà agosto. Mentre cavalcava attraverso una foresta nei pressi di Le Mans, il re sguainò le armi e uccise quattro dei suoi uomini, mancando per poco il fratello, con cui (si potrebbe pensare il contrario) andava molto d’accordo. Ormai era chiaro, il re era pazzo. Anzi lo era a tal punto che tutti i medici che lo visitarono, lo considerarono senza speranza.

Il 28 gennaio 1393, la moglie di Carlo, Isabella, organizzò a palazzo una sontuosa cerimonia, per celebrare il terzo matrimonio di una sua dama di compagnia. Come si usava all’epoca, ci sarebbero stati banchetti, spettacoli, e mascherate. Per la regina era anche un modo per distrarre il marito dalla sua malattia.

Il consigliere di corte Huguet de Guisay, propose al re e ad altri nobili di travestirsi cospargendo il proprio corpo di resina e rotolandosi in filamenti di lino. In questo modo sarebbero apparsi come gli spaventosi uomini selvatici di cui si raccontava in numerose leggende. I loro volti sarebbero stati coperti da maschere realizzate con gli stessi materiali, in modo da celarne l’identità.

I sette uomini entrarono nella sala del banchetto danzando scoordinatamente e ululando come lupi. Più che spaventarsi, però, la gente era divertita a guardarli. Nessuno sapeva che tra loro si nascondeva il re.

Come a volte accade oggi a feste di questo genere, anche nel medioevo non mancavano i ritardatari ubriachi. Il fratello di Carlo, Luigi (lo stesso che qualche anno prima il re stava uccidendo in un raptus di follia), si presentò barcollando in compagnia di alcuni amici. Incuranti del divieto di portare con sé delle torce, che avrebbero potuto sviluppare un incendio se fossero venute a contatto col particolare travestimento, non solo lo fecero, ma si avvicinarono a uno dei danzatori per svelarne l’identità. Ci volle un attimo perché i costumi prendessero fuoco.

Tra i presenti si diffuse il panico. Gli sposi, le dame, i cavalieri, i servitori correvano in ogni direzione per mettersi in salvo. I danzatori urlavano e si dimenavano per le ustioni. Quattro di loro morirono bruciati vivi, non prima che i loro genitali fossero caduti a terra in un lago di sangue, come descrisse con dovizia di particolari un monaco che assistette all’evento. Carlo riuscì a salvarsi rifugiandosi sotto la gonna della zia Giovanna, duchessa di Berry. Osservando la scena da quella posizione, per un attimo gli occhi del re brillarono di follia e sul suo volto comparve un ghigno sadico.


Per approfondire:

  • Barbara W. Tuchman. A Distant Mirror: The Calamitous 14th Century By Barbara W. Tuchman. Ballantine Books, 1979.
  • Jan R. Veenstra. Magic and Divination at the Courts of Burgundy and France. BRILL, 1998.
  • Susan Crane. The Performance of Self: Ritual, Clothing, and Identity during the Hundred Years War. University of Pennsylvania Press, 2002.

Foto di copertina: public domain