Se diciamo “strega”, immaginiamo subito una donna arcigna, brutta, malvagia, che vive in una casa nell’angolo più remoto del bosco, intenta a escogitare qualche diavoleria, a evocare il maligno o ad arrostire bambini, di cui va ghiotta. Nella tradizione Slava, quando si dice “strega”, si pensa subito a Baba Jaga, una figura estremamente affascinante e complessa.

Rappresentata spesso con il mortaio, il pestello di ferro, la scopa, Baba Jaga compare per la prima volta nel 1755 in un libro di grammatica russa, ma si pensa che la sua figura esistesse già da moltissimo tempo nella tradizione orale slava. Non conosciamo esattamente l’etimologia del suo nome ma, secondo le ipotesi più accreditate, pare che in russo antico con il termine “Baba” ci si riferisse a qualcuno che poteva predire il futuro, ma oggi la parola viene utilizzata per indicare “la nonna”. Jaga ha origini ancora più misteriose e potrebbe significare strega o serpente. Ecco perché a volte Baba Jaga viene chiamata anche “La Nonna-Strega”.

Le sue vittime preferite sono, ovviamente, i bambini che si allontanano di casa, insensibili alle raccomandazioni dei genitori. Altre volte sono fanciulle, inviate nel bosco dalle sorelle o dalla matrigna, per gelosia o invidia. Ma se le dimore delle streghe di solito appaiono anonime e rassicuranti ai poveri malcapitati che vi s’imbattono, quando s’incontra la casa di Baba Jaga si capisce subito di essere arrivati nel posto sbagliato. La sua capanna è spaventosa, circondata da una recinzione costruita con ossa e teschi umani infuocati.

Ciò nonostante, chi si avvicina a quella casina non è sempre spacciato. La maggior parte delle figure che i protagonisti delle fiabe europee incontrano sul loro cammino sono o antagonisti o aiutanti. Baba Jaga, a volte è l’una, a volte l’altra cosa, spesso entrambe. È un personaggio ambiguo, disponibile ad aiutare ma soltanto se si rispettano le sue condizioni.

In una delle versioni più note della fiaba Vassilissa la Bella, la giovane protagonista segue il paradigma della cenerentola. Viene inviata nel bosco dalle sorellastre per vendetta, nella speranza che vi trovi la morte. Quando incontra Baba Jaga, però, questa diventa per lei una sorta di fata-madrina, seppure inquietante. Sottopone la giovane ad alcune prove, minacciandola di mangiarla nel caso fallisse. Quando però Vassilissa si dimostra abile a esaudire i desideri della strega, Baba Jaga la premia. La lascia andar via e le offre un dono che la aiuterà a liberarsi dalle sorellastre e a ricominciare una vita felice col padre.

Vasilissa la bella – public domain

Secondo l’antropologo Vladimir Propp, come accade per altri racconti popolari del folclore slavo, anche le fiabe che coinvolgono Baba Jaga sarebbero una reminiscenza di antichi riti di iniziazione a cui i giovani venivano sottoposti. Dei riti di morte e rinascita; la morte come fanciullo e la rinascita nel mondo adulto. Per lo scrittore e studioso di folclore russo Michail Čulkov, invece, Baba Jaga sarebbe la trasposizione in personaggio fiabesco di una dea degli inferi onorata dalle antiche popolazioni slave, mentre per la svizzera Marie-Louise von Franz si tratterebbe di una rappresentazione della Grande Madre, la Madre Terra, motivo per cui sarebbe allo stesso tempo amorevole e crudele.

Certo è che Baba Jaga rappresenta l’antitesi dei cliché legati alla donna nelle culture popolari arcaiche. Invece di essere materna, generare e allevare bambini, Baba Jaga li mangia. Si allontana dal suo ruolo sociale, addirittura lo rifiuta del tutto, ritirandosi a vivere nell’angolo più remoto di un bosco. Baba Jaga è quindi un monito per le ragazze “ribelli”, per chi non si adegua al proprio ruolo sociale. Chi si allontana, chi smarrisce la strada (sia in senso letterale che figurato), rischia di essere mangiato da Baba Jaga o di “finire come Baba Jaga”.


Foto di copertina: public domain

Per approfondire:

  • Andreas Johns. «Baba Iaga and the Russian Mother». The Slavic and East European Journal, vol. 42, n. 1, 1998.
  • Vladimir Jakovlevič Propp. Le radici storiche dei racconti di fate. Bollati Boringhieri, 2017.