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Thailandia

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La prua della grossa imbarcazione in legno che mi porta a Ko Samet vaporizza le onde in una nebbiolina fresca che m’inumidisce il viso. L’isola appare ancora lontana. Le sue foreste verde intenso si stagliano dall’azzurro del cielo e dal mare che alterna un blu profondo a pennellate bianche e schiumose. Chiudo gli occhi e mi lascio avvolgere da questa sensazione di serenità, quando un grosso motoscafo ci supera a pochi metri, e l’onda che solleva inzuppa me e i miei compagni di viaggio. Un incidente che sembra un ammonimento. Situata a poco più di 200 chilometri da Bangkok, nella provincia di Rayong, Ko Samet non conosce ancora le orde di visitatori che assaltano altre località più blasonate come Phuket, Ko Phangan, Ko Samui o Ko Chang. Fin dagli anni ’80, l’isola è una delle mete preferite di quei rampolli dell’alta società della capitale Thailandese che preferiscono il silenzio al…

«Questa città è l’inferno!». Il ragazzo Toscano che incontro appena arrivato all’aeroporto di Bangkok non ha tutti i torti. Il primo impatto con la capitale della Thailandia è traumatico: caldo, inquinamento, confusione. Il desiderio di scappare su un’isola tropicale è forte. Ma basta superare la prima impressione per scoprire il suo volto più rilassato e più spirituale. I Kau Chim del Wat Mangkon Kamalawat All’inizio, è solo un suono ad attrarre la mia attenzione. Poi il movimento ritmico della donna che sembra danzare in ginocchio. La vedo di spalle, nella sala della preghiera del Wat Mangkon Kamalawat. Il senso di spiritualità che caratterizza questo luogo è smussato da un tocco di pacchianeria. I Chatulokkaban, le statue all’ingresso del tempio che raffigurano i guerrieri custodi del mondo, l’architettura e le decorazioni nello stile classico cinese convivono con le aureole al neon dei tre Buddha a cui la donna rivolge la sua…