La Terra non è immutabile. Il suo aspetto cambia continuamente a causa dell’azione dell’uomo, della deriva dei continenti, di frane, uragani, inondazioni, terremoti, vulcani. E anche se non capita tutti i giorni, assistere alla nascita di un’isola è più frequente di quanto immaginiamo. Negli ultimi 300 anni, numerosi isolotti sono apparsi nei dintorni delle Azzorre, dell’Islanda, dell’Alaska, di Santorini. Ma, quando ciò accade, a chi appartiene quel territorio che prima non esisteva? Alla nazione più vicina? A chi l’ha avvistato? A chi vi ha messo piede per primo? Certo, esistono leggi dedicate a risolvere dispute di questo genere, ma non sempre gli uomini le accettano pacificamente. Le contese territoriali spesso sfociano in lunghe guerre. Sono necessarie mediazioni, trattati di pace, ridefinizioni dei confini. Ma a risolvere la controversia sulla sovranità dell’isola apparsa nel canale di Sicilia quasi duecento anni fa, ci pensò la Terra stessa.

Il 28 giugno 1831, mentre navigava a sud della Sicilia, il capitano Swimburne, al comando del bastimento inglese Rapid, avvertì un forte boato. L’uomo di vedetta, allertato, scrutò l’orizzonte alla ricerca di una cannoniera o di una qualche altra imbarcazione che avesse potuto produrre quell’esplosione. Per miglia non si vedeva nessuno. Il mare era calmo e non c’erano nuvole temporalesche all’orizzonte. Lo stesso fragore fu udito fino a Palermo. Ma sulla terraferma tremarono anche le case. Il giorno dopo, alle tre e quarantacinque del pomeriggio, si verificò un’altra potente scossa di terremoto.

Il 2 luglio, alcuni pescatori di Sciacca facevano rotta verso la Secca del Corallo, nel braccio di mare che separa la città siciliana dall’isola di Pantelleria. A pochi metri da loro l’acqua iniziò a ribollire e divenne torbida e limacciosa. Il gorgoglìo si percepiva a chilometri di distanza. Dopo qualche minuto affiorarono centinaia di pesci, morti.

Chiunque transitasse di lì in quei giorni riportava episodi simili o segnalava la presenza di strani bagliori. Il comandante Trifiletti , del brigantino Gustavo, avvistò una densa colonna di vapore tra cui appariva un cumulo di sedimenti alto circa otto metri in un punto in cui prima non c’era che mare. Dal monticello zampillavano fiamme e lapilli. Il capitano Giovanni Corrao, al comando di un bastimento napoletano, vide sollevarsi una grande massa d’acqua su cui galleggiavano centinaia di pietre pomici e scorie nere. L’aria circostante puzzava di zolfo a tal punto che l’odore fu percepito anche a Sciacca. Dapprima la popolazione pensò provenisse dai vicini stabilimenti termali. Poi l’atmosfera si impregnò così tanto di acido solforico che nelle case gli oggetti di argento e di ottone annerirono. Si trattava chiaramente di fenomeni vulcanici. Nella notte tra il 10 e l’11 luglio si avvertì una nuova poderosa esplosione. Dalla fitta coltre di fumo apparve una porzione di terraferma dalla circonferenza di cinque chilometri e un’altezza di circa sessanta metri. Era nata una nuova isola.

Il geologo tedesco Fridriech Hoffmann, che si trovava per caso in Sicilia, si fece portare sul posto ed eseguì dei rilievi. Nei giorni successivi furono organizzate spedizioni scientifiche inglesi e italiane. Tuttavia nessuno era riuscito ad approdare a causa delle “potenti eruzioni di cui non bastavano le parole a descriverne la magnificenza”, come scrisse il professor Carlo Gemmellaro dell’Università di Catania, che partecipò a una delle missioni.

Se fino a quel momento, la nuova formazione geologica era stata soltanto oggetto di studi e curiosità, il 10 Agosto accadde qualcosa che cambiò gli interessi in gioco. La Gazzetta di Malta riportò che otto giorni prima, il capitano inglese Humphrey Fleming Senhouse, del vascello St. Vincent, a differenza di quanto riportato dai colleghi che lo avevano preceduto, non vide né fumo, né lava. Nonostante la sabbia fosse ancora rovente, riuscì a mettere piede sull’isola. Si trattenne lì per qualche ora, raccolse dei campioni, bevve una tazza di tè e poi piantò la bandiera di sua maestà sulla sabbia. Con quel gesto prendeva ufficialmente possesso della nuova terra battezzandola Isola di Graham.

Ma la Terra non è immutabile. Così come non lo sono i territori e i confini. Le autorità del Regno delle due Sicilie videro l’iniziativa inglese come un sopruso. Per quanto piccola, l’isola poteva essere un punto di approdo strategico per le navi che attraversavano il Mediterraneo. Una settimana dopo, Re Federico di Borbone ne rivendicava la territorialità con un atto ufficiale. Quella che fino ad allora per gli italiani era informalmente l’Isola di Corrao, prese il nome di “Ferdinandea”. Ciò nonostante, gli Inglesi non arretrarono. Le navi di Re Guglielmo continuavano a fare tappa su quello che consideravano un proprio territorio.

Nel frattempo anche i francesi organizzarono una spedizione. Nel mese di settembre, il brigantino La Fleche tentò per due volte di avvicinarsi ma le condizioni del mare ne scoraggiarono l’attracco. Quando le acque si furono calmate, due marinai raggiunsero l’isola a nuoto per effettuare un sopralluogo. Avanzando a fatica, con le caviglie immerse nel terreno fangoso, salirono in cima al cratere e constatarono che era diventato un lago di acqua calda dal colore rossastro. Il geologo Constant Prevost e alcuni suoi colleghi eseguirono rilievi, sondarono i crateri, raccolsero campioni e misurarono la temperatura mentre il pittore di bordo, Edmond Joinville, realizzò diversi disegni. Al termine della missione, piantarono la propria bandiera e battezzarono il territorio Ile Julia. Tuttavia ogni controversia era destinata a svanire molto presto.

Il giorno 8 dicembre l’equipaggio del brigantino Achille, passando nel tratto di mare dove sei mesi prima era sbucata Ferdinandea, constatò che l’isola era completamente scomparsa. Già gli studiosi francesi avevano osservato che il terreno era formato principalmente da minerali sciolti e polverosi, facilmente suscettibili all’erosione. All’epoca della loro visita, i cinque chilometri di diametro rilevati nel mese di luglio si erano ridotti a soli settecento metri.

Oggi il punto più alto di quella che fu l’isola Ferdinandea giace tra i sei e gli otto metri sotto il livello del mare. Sulle carte nautiche la formazione è riportata come Banco di Graham. Osservandola da un aereo, appare come un’ombra lunga e stretta sormontata da un cocuzzolo che la fa somigliare a un sottomarino. E proprio per un sottomarino libico fu scambiata dai caccia americani che la bombardarono per errore nel 1986.

Ferdinandea non c’è più ma, di tanto in tanto, risorgono antichi campanilismi. Nel 2000, il Guardian pubblicò un articolo in cui si affermava che alcuni studi sull’attività vulcanica della zona suggerivano che l’isola potesse riapparire da un momento all’altro. Per evitare nuove contese, l’allora sindaco di Sciacca decise di piantare la bandiera della Trinacria sul banco sottomarino, invitando alla cerimonia il principe Carlo di Borbone, erede di Ferdinando, e sua moglie, la contessa Camilla Cruciani. Ma il giorno dell’evento le condizioni del mare non permisero di portare a termine l’operazione. Tuttavia, qualche anno più tardi, la sezione locale della Lega Navale Italiana di Sciacca pose sul banco un’iscrizione che recitava: “Questo lembo di terra era e sarà sempre del popolo siciliano”. Ma la Terra non è immutabile. E così il fondo del mare. La piastra di marmo non è più lì. Non si sa se distrutta da ignoti, inglesi, italiani o francesi, dalle correnti, dal caso, da un terremoto, o da un vulcano sottomarino che, di tanto in tanto, ritorna a farsi sentire e forse vorrebbe ritornare a essere un’isola.


Per approfondire:

  • «Banco di Graham – Marina Militare». Consultato 23 luglio 2021.
  • The Guardian. «Bourbons Surface to Retake Island», 13 novembre 2000.
  • Carlo Gemmellaro. Relazione dei fenomeni del nuovo vulcano sorto dal mare fra la costa di Sicilia e l’isola di Pantelleria nel mese di luglio 1831 : letta nella gran sala della R. Università degli Studii in Catania il dì 18 agosto 1831, 1831.
  • The Geological Society of London, «From out the azure main».