«Questa città è l’inferno!». Il ragazzo Toscano che incontro appena arrivato all’aeroporto di Bangkok non ha tutti i torti. Il primo impatto con la capitale della Thailandia è traumatico: caldo, inquinamento, confusione. Il desiderio di scappare su un’isola tropicale è forte. Ma basta superare la prima impressione per scoprire il suo volto più rilassato e più spirituale.

I Kau Chim del Wat Mangkon Kamalawat

All’inizio, è solo un suono ad attrarre la mia attenzione. Poi il movimento ritmico della donna che sembra danzare in ginocchio. La vedo di spalle, nella sala della preghiera del Wat Mangkon Kamalawat.

Il senso di spiritualità che caratterizza questo luogo è smussato da un tocco di pacchianeria. I Chatulokkaban, le statue all’ingresso del tempio che raffigurano i guerrieri custodi del mondo, l’architettura e le decorazioni nello stile classico cinese convivono con le aureole al neon dei tre Buddha a cui la donna rivolge la sua invocazione.

Fuori dal tempio, la Chinatown di Bangkok è viva e pulsante. Lasciata Yaowarat Road e i suoi ristoranti che servono zuppa di pinne di squalo e nidi di rondine ai clienti più ricchi, Charoen Krung Road è una strada a tratti squallida. Traffico, smog, edifici anneriti e decadenti. Solo le insegne rosso e oro dei negozi danno alla scena un tocco di colore inaspettato. Ma l’area è così traboccante di vita locale che, quando s’incontra un altro occidentale, è come rivedere il proprio volto in uno specchio dopo averlo dimenticato.

Negozi di cibo e mercati con infinite varietà di tè, spezie, fiori essiccati e frutta emanano un odore deciso che si fonde a quello di fogna e merda di piccione. In fondo alla strada, si vendono cianfrusaglie tecnologiche a basso costo, ammassate in mucchi informi e scintillanti. Donne sedute su sedie di plastica aspettano il proprio turno dagli estetisti di strada, abilissimi a depilare le sopracciglia usando un filo di seta. Qualcuna si gode una maschera facciale, indifferente al traffico che scorre poco più in là.

In questo trambusto, il Wat Mangkon Kamalawat è un’oasi. Il profumo di fiori e incenso pervade l’aria. Il silenzio è interrotto dal suono ritmico di quella che sembra una danza. Mi avvicino alla donna. Sussurra qualcosa mentre agita un cilindro in legno che contiene decine di bastoncini simili a quelli dello Shangai. Sono Kau Cim, bastoncini della fortuna. Come vuole la tradizione, se ne cade più di uno, la donna continua a scuotere. Quando ne cade uno e uno solo, lei lo raccoglie. C’è un numero sul bastoncino e a ciascun numero corrisponde un biglietto su una bacheca. È la risposta alla sua preghiera. Il volto della donna si illumina. Sorride. Gli dei devono averle concesso una buona fortuna.

Wat Mangkon Kamalawat

Fortuna e sfortuna all’Erawan Shrine

Camminando lungo lo skywalk che congiunge le stazioni di Chit Lom e Siam, un forte sentore d’incenso copre l’umido e caratteristico odore di Bangkok. Tra un intricato intreccio di sopraelevate, palazzi e strade, incastonato tra l’intersezione di Ratchaprasong e un grande hotel di lusso, l’Erawan Shrine continua a proteggere questo luogo.

Nel 1956, i costruttori dell’Erawan Hotel (oggi Grand Hyatt Bangkok) non avevano interpellato gli dei prima di iniziare i lavori, come voleva la tradizione. Una serie di incidenti e ritardi avevano fatto infuriare gli operai che si rifiutarono di continuare, se gli spiriti non fossero stati placati. Un monaco ordinò di erigere un tempio in onore di Phra Phrom, il nome con cui i Thailandesi chiamano Brahma. Realizzato il tempio, la costruzione dell’hotel proseguì senza altri intoppi ma l’influenza negativa di questo luogo, dove in passato i criminali venivano esposti al pubblico ludibrio, sembra non essere del tutto scomparsa.

Nel 2006 la statua di Brahma fu vandalizzata da uno squilibrato che poi fu picchiato a morte da alcuni presenti. Nel 2015 una bomba causò 20 morti e 130 feriti in quello che è considerato l’attentato più sanguinoso della Thailandia moderna. Nel 2016, una donna perse il controllo della sua auto, sfondò il cancello del tempio e ferì diverse persone.

Questi episodi contrastano con la bellezza e l’armonia dell’Erawan Shrine che, seppur così piccolo, è uno dei luoghi di culto più frequentati in città. All’ingresso, venditori di strada offrono ghirlande e incensi. I fedeli li tengono in mano, ripetono le loro preghiere ai quattro volti di Brahma e lasciano, a ciascuno, dei fiori. Si viene qui per grazia ricevuta o a pregare per ottenere qualcosa.

Sotto il suo baldacchino dorato, il Dio Indù della creazione ascolta e, a volte, esaudisce. Alcuni fedeli lasciano un’offerta per pregare accompagnati da una danza tradizionale. Più alta è l’offerta, più ballerine eseguono la danza, più è probabile che la richiesta venga ascoltata.

Erawan Shrine

Togliersi le scarpe al Sri Maha Mariamman Temple

Ogni strada a Bangkok ha i suoi contrasti e Silom Road non fa eccezione.

La lunga direttrice percorre uno dei quartieri finanziari più importanti della città. Grattacieli avveniristici, banche, negozi e uffici convivono con baracche scalcinate. Scampoli di un grande villaggio sopravvissuti a un’urbanizzazione sfrenata. Non si sente il suono di una lingua diversa, non si vedono donne col Sari e non c’è odore di spezie. Il nome di qualche ristorante o dei negozi sono gli unici timidi indizi a indicarmi che sono nella seconda “Little India” di Bangkok. E la costruzione alla mia sinistra ne è il segno inequivocabile. Un elaborato intreccio di colori e divinità Indù compone le decorazioni dello Sri Maha Mariamman Temple.

Mi tolgo le scarpe prima di entrare ma un uomo corpulento, con folti baffi scuri, nota i sandali che si intravedono nel mio zaino di tela. Mi si avvicina, severo, e ci vuol poco a capire che non basta togliersi le scarpe: devono rimanere fuori dal tempio!

Molti fedeli non sono induisti. Al Sri Maha Mariamman Temple è particolarmente evidente l’intersezione tra Buddhismo Thailandese e altre forme di religione. Un brahmano vestito di bianco riceve offerte, impartisce benedizioni e traccia un bindi sulla fronte dei fedeli che pregano e lasciano offerte di frutta, fiori e denaro. Supero la soglia della parte più interna del tempio ma mi sento un intruso. È meglio non disturbare più di così. La mia visita dura poco ma mi lascia dentro un intenso senso di sacralità.

Sri Maha Mariamman

Donne e monaci buddhisti al Wat Pathum Wanaram

Sullo skywalk che sovrasta la Chaloem Phao junction, il fragore del traffico copre qualsiasi parola. Una mendicante urla in un microfono. È costretta a usare un amplificatore portatile per farsi sentire. L’aria è densa e umida. Un odore di spezie sale dal marciapiede dove un venditore gira la carne alla griglia con rapidi colpi di polso. Più in là, due pilastri bianchi segnano l’accesso al Wat Pathum Wanaram, un tempio buddhista incastonato tra due centri commerciali: il Central World e il Siam Paragon.

Fino a poco più di 150 anni fa, qui c’era soltanto uno dei tanti campi di riso accessibili solo dal Khlong Saen Saep. Un luogo tranquillo che sembra rivivere oggi quando si entra nel tempio. Protetta dalle mura, dagli alberi e dell’ampio giardino, un profondo silenzio avvolge la sala della preghiera.

Un monaco anziano bisbiglia qualcosa a una donna sulla settantina che indossa gioielli e abiti eleganti. «Vive in Svizzera», mi dice un’altra donna, inginocchiata accanto a me. A molti Thailandesi che ho incontrato, piace parlare con gli stranieri. «Non tornava a Bangkok da molti anni, ed è venuta a pregare al tempio che frequentava da bambina».

Secondo la Regola Vynaya del Buddhismo Theravada i monaci non possono toccare le donne, se lo fanno con intenzione lussuriosa. Ma la lussuria può nascondersi anche nei piccoli gesti, così si preferisce evitare del tutto il contatto. In Thailandia, questa regola è molto sentita, a volte all’estremo. Addirittura si vedono monaci giovani col terrore negli occhi quando incrociano una donna in un passaggio stretto o su un autobus, malgrado sia per prima la donna a evitarli. Nei templi, le donne che fanno offerte ai monaci le depositano su un pezzo di stoffa. Non c’è un precetto che vieta di ricevere l’offerta direttamente, ma la stoffa sottolinea che “non c’è contatto”.

Questo vecchio monaco ha un atteggiamento più disteso. Si avvicina alla donna senza timore, protende il corpo verso di lei per creare il legame che il suo ruolo di guida spirituale gli impone, ma senza toccarla.

Non capisco cosa stiano dicendo ma il ritmo delle parole sembra quello di una storia. Una storia che racconta di un antico campo di riso, dove Re Rama IV fece costruire un tempio. E intorno un silenzio che, troppo in fretta, è diventato città.

Wat Patum Wanaran
Wat Patum Wanaran

I falli della fertilità al Chao Mae Tuptim Shrine

Som Khit Alley è un piccolo soi che taglia Phloen Chit Road, tra l’omonima stazione BTS e quella di Chit Lom. Un viale silenzioso dove la luce del sole filtra tra le foglie e tinge di verde le ombre. Il vialetto è costeggiato da condomini lussuosi e da un canale puzzolente, dove i venditori di cibo di strada lavano piatti e posate. Appena dietro la guardiola dello “Swiss Hotel”, sulla sponda del Khlong Saen Saep, si apre un quadrato d’erba e sassi dove ci sono decine di falli: grandi, piccoli, realistici, stilizzati, in legno, in gesso, e in pietra. Insieme agli abiti appesi agli alberi, agli scampoli di stoffa colorati, e alle statuette che raffigurano esseri umani o animali, i falli sono le offerte che le donne lasciano qui perché la dea Chao Mae Tuptim le faccia rimanere incinte.

Un profumo d’incenso si diffonde dalla casa degli spiriti che l’affarista Nai Laert trovò nelle acque del Khlong e sistemò accanto al grande ficus, dove si dice viva ancora lo spirito della dea. Solo lo sciabordio dell’acqua e il rombo dei motori delle long tail boat che sfrecciano nel canale mi ricordano che questo rifugio così silenzioso è a soli pochi passi dal caos dai grandi centri commerciali della Pecthaburi Road.

Chao Mae Tuptim Shrine Bangkok

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